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oscurusciuto, Gravina di Ginosa

Un viaggio nella preistoria della Terra delle Gravine

Il paesaggio delle Gravine è ben conosciuto per le sue origini preistoriche e per i suoi ambienti scavati nella roccia e vissuti da millenni. In realtà spesso si ignorano quasi del tutto le conoscenze odierne su come gli uomini dell’Età della Pietra vivevano quelle grotte che oggi sono abitate dalle nostre comunità. Per di più solo pochi sanno che negli ultimi decenni sono state fatte numerose indagini scientifiche in Puglia e come ciò che è stato scoperto nel territorio di Ginosa nel deposito preistorico denominato “Riparo L’Oscurusciuto” faccia letteralmente rimanere a bocca aperta.

Da quasi vent’anni a Ginosa il Dipartimento di Scienze Fisiche della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena ha portato alla luce e documentato uno dei siti archeologici più importanti del Sud Italia per la conoscenza del Paleolitico Medio (300 mila – 40 mila anni fa), e più specificatamente del suo periodo finale.

Le ricerche, iniziate nel 1998 in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Puglia, la sezione locale di Legambiente e il Comune di Ginosa, sono coordinate dalla prof.ssa Annamaria Ronchitelli, dal prof. Paolo Boscato e dal dott. Francesco Boschin.

Nelle scorse settimane vedere all’opera l’équipe di giovani archeologi con pennelli, setacci, pinzette e tutto il loro kit da scavo è stata una bella sorpresa e ha suscitato una forte emozione, perché si avvertiva la sensazione di fare un viaggio nel Paleolitico Medio e immergersi nelle gravine all’epoca dell’Uomo di Neanderthal.

Il Riparo L’Oscurusciuto

Il riparo si trova all’interno della gravina e contiene un deposito dallo spessore di più di 6 metri e un’estensione di circa 60 mq. La quantità di dati archeologici emersa dallo scavo stratigrafico rispetto alle dimensioni della superficie è sorprendente!

Gli scavi hanno interessato finora strati compresi in un intervallo di tempo tra 55 mila e 42 mila anni fa che testimoniano accampamenti successivi di gruppi di Neanderthal.

Un frammento di osso bruciato rinvenuto nel livello più alto, riferito alla fase più recente, ha fornito la data (calibrata) al C14 di 42.975 ±788 anni da oggi.

La datazione della fase più antica, risalente a circa 55 mila anni fa, è data invece da uno spesso strato di ceneri vulcaniche, provenienti dalle eruzioni del Monte Epomeo di Ischia.

Quello che gli archeologi sono riusciti a scoprire a Ginosa basta a ricostruire uno spaccato di vita dei Neandertaliani nelle murge tarantine. Grazie agli studi svolti sappiamo infatti di cosa si nutrivano, quali strumenti litici utilizzavano e come li realizzavano, come occupavano e gestivano gli spazi della grotta, come organizzavano i focolari.

L’unicità del sito è data proprio dal fatto che le ceneri vulcaniche, depositatesi 55 mila anni fa, hanno seppellito l’abitato neandertaliano, immortalandolo così come gli uomini l’avevano lasciato: un vero e proprio accampamento, con strutture relative a capanne, zone per la macellazione e lo scarto delle ossa degli animali cacciati (uro, cervo, cavallo, daino, capriolo, cinghiale, stambecco, camoscio, lepre; nonché reperti appartenenti a carnivori come leone e lupo), aree per la scheggiatura e la produzione degli strumenti litici.

Ma la scoperta più sensazionale è stata quella di trovare tracce di frequentazione in un momento in cui l’accampamento era già stato sepolto dalle ceneri. È probabile che altri uomini, o verosimilmente dei superstiti dello stesso gruppo che abitavano il riparo prima dell’eruzione, fossero ritornati subito dopo sul posto per continuare ad utilizzarlo. Sebbene tutto ciò possa sembrarci scontato, al contrario è molto importante per comprendere il modo di pensare di questi uomini primitivi. È evidente che avevano una piena conoscenza del territorio e una consapevolezza della distribuzione degli spazi che cercarono di conservare per generazioni e generazioni. Si può dire che avevano una memoria dei luoghi!

“una Pompei del Paleolitico Medio” da valorizzare!

Nei giorni scorsi il prof. Pietro Laureano, architetto e consulente UNESCO, nonché responsabile della candidatura Unesco per i Sassi di Matera, durante la visita dell’area di scavo, è rimasto stupefatto dall’importanza del Riparo l’Oscurusciuto, definendolo, non a torto, “una Pompei del Paleolitico Medio”.

Fuor di metafora, oltre ad essere un importante caso di studio per la comunità scientifica, esso rappresenta un ulteriore tassello per la conoscenza del nostro territorio, che va ad arricchire il racconto della Terra delle Gravine. Auspichiamo che venga davvero riconosciuto per la sua straordinaria unicità, non solo per il deposito archeologico in sé ma anche per tutto il contesto paleoambientale nel quale è inserito.

Prima di tutto, però, bisogna garantirne la Tutela, senza della quale non ci può essere né la conoscenza né la valorizzazione. Il CEA Parco delle Gravine si unisce con forza all’appello dell’Università di Siena che da anni chiede la protezione e messa in sicurezza del sito archeologico. Sono necessari, infatti, adeguati interventi di copertura, ma anche un valido progetto di musealizzazione per consentire la visita e la comprensione dello scavo.

Ad oggi il riparo L’Oscurusciuto, oltre ad essere conosciuto a livello internazionale dagli “addetti ai lavori” per le numerose pubblicazioni nelle riviste scientifiche di settore, è inserito nell’allestimento della Rete Museale dell’Uomo di Altamura presso il Museo Nazionale Archeologico di Altamura. Se pensiamo, però, che il racconto dell’Oscurusciuto rappresenta un caso unico ed esemplare nel panorama del Paleolitico Medio in Europa, allora dobbiamo fare tutto il possibile affinché questo luogo venga presto tutelato e reso accessibile al pubblico, offrendo senza dubbio una ulteriore possibilità di sviluppo e promozione locale e una maggiore attrattiva culturale per la Terra delle Gravine.

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Si ringrazia per la disponibilità la prof.ssa Annamaria Ronchitelli, il dott. Francesco Boschin, il dott. Vincenzo Spagnolo, tutti i partecipanti della campagna di scavo (Veronica Barbi, Francesco Colopi, Lucia Dallafior, Victor De Barry, Clarissa Dominici, Vito Punzi, Nico Sasso) Pietro Di Canio, il Consigliere comunale Angelo Moro e il Comune di Ginosa.

foto di Nico Sasso, Angelo Moro, Michele Gregucci, Vito Punzi

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